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Ohitslfg!

Greazy soul, life, past present and future, psychedelic funk, bikes and motorbikes, fuzzy jazzy, music, travels and more

Drive tastefully

TR 3 Crinale

La vita, qui sul crinale, ha una linea straordinariamente semplice. Si limita all’indispensabile. Brevi rettilinei lungo i quali, insieme alle accelerazioni, il principio delle vibrazioni ricorda che tutto a questo mondo è vibrazione. Sia esso un suono, uno sguardo, un colore, una sensazione, un’emozione. Così come ogni differenza è variazione di frequenza, e solo quello.

Tensione e risoluzione, il mistero è sempre nelle radici, non nelle fioriture. E quando la luna scompare nel fitto del bosco, tornante dopo tornante il principio del ritmo richiama la regola del pendolo. Ogni movimento è compensato con il suo contrario.

Nascita e morte, crescita e distruzione, felicità e infelicità, ogni cosa che fluisce, poi rifluisce. Anche qui, al bagliore della luna che quando torna a filtrare dal buio degli alberi, traccia sulla strada, i segni di una scala in bianco e nero, che da un bagliore all’altro misura precisa la velocità.

Santità della ruota e del motore. Se pregare vuol dire comunicare con la divinità, la velocità è una preghiera. Perché l’energia umana centuplicata dalla velocità domina il Tempo e lo Spazio.

Velocità e aderenza, il funzionamento degli organi meccanici fino al più minuto dettaglio, corpo e macchina si fondono in un unica creatura.

Sei tu, e non la “macchina”, a sfrecciare sull’asfalto. A rallentare o accelerare la corsa. E con la velocità lo Spazio ritorna al Tempo, e diventa Luogo altro: ποίησις, fare dal nulla. Luogo della creazione.

Perché  guidare, non è muoversi tra impegni, traffico, tempi stretti, rilevatori di velocità, punti della patente e altro. Questo è altro. È dovere.

Nessuno, infatti, può “allungare” la propria vita. Ma ciascuno, può, però “allargarla“, quando gli altrimenti piccoli orizzonti trovano nuove dimensioni, e quando lo sguardo si posa su nuove opportunità.

Poemi, romanzi, cronache, da sempre il racconto dell’Umanità risuona di una folla di viaggiatori. E tutti loro, siano essi Eroi omerici che peregrinano per mare, Cavalieri erranti protesi all’irraggiungibile, Poeti che si addentrano negli Inferi o Mercanti curiosi che raccontano i loro viaggi dal fondo di una galera, hanno in comune il fatto di essere diretti a una meta. Un luogo, uno scopo. O a uno scopo, che coincide con un luogo.

Eppure se non importa che il luogo esista oppure no.

Anzi, i viaggi più indimenticabili raggiungono isole popolate da creature minuscole o gigantesche, mondi celati dietro agli specchi, satelliti ingombri di senno perduto. In quel muoversi da un punto a un altro che, all’apparenza, chiunque può fare. A parte il denominatore comune della potenziale tragicità.

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È stato Hölderlin a definire con chiarezza il paradosso sul quale si regge il significato della tragedia. Nel tragico il segno è in se stesso insignificante. Perché solo se il segno è insignificante e posto uguale a zero, annullato, può allora rappresentarsi ciò che è originario. Il celato fondamento di ogni natura, il Paradiso.

Ed è stato Gramsci, nel primo dei suoi Quaderni dal carcere, intitolato Americanismo e fordismo, a evidenziare quanto improvvido sia stato l’accesso ai consumi automobilistici dei ceti subalterni, raccontato ad esempio da Henry Ford.

Perché è l’incomprensione a condannare la gente tutta all’ipocrisia. E come annotò Poulet, orrendi sono gli aspetti della vita popolare, oasi di tranquilla crudeltà, ammessa e permessa, in mezzo a un deserto di virtù.

Guidare, in auto o in moto, infatti non è dovere, ma questione di ritmo: successione ordinata secondo una certa frequenza di una qualsiasi forma di movimento che si svolga nel tempo.

Ritmo, una delle due dimensioni della musica. L’altra è la melodia: una successione di suoni con senso compiuto, con propria intonazione e ritmo, appunto, in forma chiusa (strofica), oppure in forma aperta (senza ripresa).

E il suono del motore, la sua vibrazione, le sue frequenze, è – o meglio, dovrebbe essere – accordo di suoni. Sinfonia.

Da modulare nel modo migliore prima nella messa a punto e poi lungo il percorso. Nell’alternarsi di curve e rettilinei in forma chiusa (ossia in circuito) oppure in forma aperta (prova in linea), che è anche alternarsi di luci e ombre, fondendo corpo e macchina in un unica creatura, fino alla ποίησις. Fare dal nulla, luogo della creazione.

Guidare è quindi ricerca dell’accordo tra il percorso e le possibilità del mezzo. Ricerca della perfezione tra suono del motore, assetto, limiti e possibilità del telaio e delle geometrie. È Bellezza e Arte. Cammino di perfezionamento alla ricerca di se stesso, nell’alternarsi di curve e rettilinei.

Ma così come la libertà ha bisogno di uomini liberi, bellezza (e Arte), quando regnarono, furono oggetto di una dura disciplina, di cui la maggioranza, diventata padrona dei propri piaceri e delle proprie preferenze, si liberò con sollievo.

Ai più, infatti, la sorte misericordiosa non ha dato che un frammento di coscienza e l’apparenza del resto.

E niente come le auto (o le moto), ridotto a simbolo di ricchezza, rivela in un attimo la miseria umana di milioni di individui dei quali può riassumersi il destino col dire che nell’anima loro non accadeva nulla.

Sicché, se indubbiamente – come annotava Poulet – uno dei maggiori delitti commessi contro l’umanità è stato quello di averla abbandonata al proprio gusto, che è detestabile, vero che quello degli esperti o degli altolocati non vale niente di più, altrettanto e ancora più grave delitto è stato quello di averla motorizzata l’umanità, indiscriminatamente.

Weird Machine

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Ieri era venerdì 21 ottobre, ma solo io e te ce ne siamo accorti. Che è vero, sei un pezzo di Storia del motociclismo. E circondati dal chiacchiericcio degli astanti ti ho richiuso la pedana destra e girato la chiave nel quadro come sempre. Che mica li ascoltavo io i commenti mentre davo i consueti due calci a vuoto alla leva dell’accensione per pulire i cilindri. Poi, quello per mettere il tutto in compressione e finalmente quello serio, che dopo trentanni sei partita al primo colpo. Avvolgendo tutto con la tua solita nuvola di fumo azzurro.

Mica li ascoltavo io i commenti. Che poi il Venerdì è cosa terribilmente seria, ma ce ne siamo infischiati della scaramanzia e di tutto il resto. Come sempre, d’altronde. Che poi il 21 ottobre è il giorno in cui, in «Ritorno al futuro 2», Doc e Marty Mc Fly viaggiano con la loro DeLorean  verso il futuro e planano su Hill Valley, in California. Mentre noi ieri, 21 ottobre, un giro dopo l’altro, avevamo sempre più il dubbio di non essere andati né avanti né indietro nel tempo, che poi si sa: il Tempo è solo un’astrazione. E non è da tutti ammetterlo.

Che mica siamo mai andati per Strade io e te. «Strade?! Dove stiamo andando non c’è bisogno di strade!» recitava «Ritorno al futuro». E oggi, un po’ di fisica, un po’ di meccanica quantistica, un po’ di astrofisica, c’è addirittura il biocentrismo a insegnare anche ai più scettici che siamo noi a portarci in giro lo Spazio e il Tempo, ciascuno come le tartarughe con i propri gusci. In modo che la coscienza esiste al di fuori dei vincoli del Tempo e dello Spazio. Ed è quindi la coscienza a creare l’Universo intorno a noi, non il contrario.

Che non sono cose per tutti e mica ci si crede che Spazio e Tempo non sono oggetti o cose, ma che sono (solo) strumenti della comprensione. Strumenti in un rapporto reciproco nel quale il Tempo definisce lo Spazio ed è la Coscienza a creare l’Universo intorno a noi, non il contrario. Tanto che tu, a differenza della DeLorean, non hai mai avuto bisogno di trucchi cinematografici per raggiungere le 88 miglia orarie (141,6 km/h) necessarie ad attivare il flusso canalizzatore che apre gli spazi temporali per viaggiare nel tempo nei 150 metri di Roslyndale Avenue. Anche se la gente continua a preferire Marx e quella sua idea che «non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza».

Quando eravamo tutti (più o meno) capaci di usare la pedivella dell’accensione, usavamo i gettoni per telefonare e riavvolgevamo le musicassette con la matita, e avevamo tutti ancora un futuro, bastava lasciarti andare e guidarti come devi essere guidata (e riuscire a tenerti con la ruota anteriore incollata al terreno) per raggiungere la velocità necessaria ad aprire nuovi spazi temporali e galleggiarci sopra, come con lo skateboard volante di Marty Mc Fly. Senza bisogno di Strade, come dicono in «Ritorno al futuro», e con la Vita tra le mani. Anche troppo tra le mani la Vita, dati i risultati che ti hanno fatto ereditare dal Kawa 500 degli anni ’70 il nomignolo di «Bara».

Fulminea infatti la tua accelerazione, con quella coppia che insieme ai soli 159 chili di peso ti fa alzare di continuo fino al momento in cui, superati i 140 km/h inizi a ondeggiare in modo osceno. «Una caratteristica», si dice. Che amplifica quel mix di adrenalina e tristezza che è il viaggiare in moto da soli, fino a che quelle favole ti portano via. Lontano dal passato o dal futuro. E ingombranti o meno che siano, ti sollevano e Ciao. Che, biocentrismo insegna, un corpo in un Universo può non esistere più, mentre in un altro può continuare a esistere assorbendo la coscienza migrata appunto nell’altro Universo.

Fin quando la sera, poi, mia figlia mi ha fatto notare: «Papà, ma se ci hai girato anche oggi, perché me la racconti parlandone sempre al passato?». Già, è vero. Ma ho preferito tagliare corto: «Perché allora non è adesso, e adesso non è allora. Perché allora, ad esempio, ha tentato di uccidermi un paio di volte. E se fosse riuscita nel suo intento tu oggi non saresti qui». Già, ho pensato. Hai tentato di uccidermi un paio di volte. E chissà che forse tu non ci sia riuscita. Ma allora non è oggi e oggi non è allora. E per quieto vivere è meglio pensarla così.

Sul limitar del Mondo

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Di nuovo insieme io e te. Trentanni dopo. Come ai tempi della scuola. Di nuovo sprofondato nel tuo sedile comodo e avvolgente. Nel tuo minuscolo abitacolo basso come non mai. Di nuovo a stupirmi per quanto sei piccola e per quanto sei perfetta nella tua essenzialità.

Pedaliera leggermente disassata, la corta leva del cambio a portata di mano, visibilità anteriore ottima, quella posteriore inesistente, che tanto, mentre si va avanti, indietro non si guarda (anche se i primi tempi ogni parcheggio e ogni retromarcia erano un supplizio).

Le mani sul volante a tre razze, al quale avevo sostituito quel puntino rosso proprio al centro (e che conservo in un cassetto, perché l’incognito è sempre virtù opportuna), e oggi come allora la sensazione di avere tutto sotto controllo in quel tuo minuscolo abitacolo tutto nero che d’estate era un sudario.

Pronti per tornare a correre sul brecciolino scivoloso dei tornanti, di notte, come allora, solo, insieme al rombo del tuo motore. Scivolando forti e leggeri sul ghiaccio della solitudine.

In mezzo a tutte le lucine che brillano nell’aria nitida. In mezzo al rumore di quel tuo motore già rumoroso di suo e ancora più rumoroso quando reso libero di restituire le tutte sue prestazioni più sincere e che invadeva il minuscolo abitacolo.

A correre sul brecciolino e tra le ombre delle persone limpide e forti, e di tutto quello che già allora non era più, e che mai siamo riusciti a raggiungere.

Non rimpiango niente di allora. Ne è passato di tempo e ne ho percorse di strade. Tutto sembra cambiato, ma nulla è cambiato. A parte me, che sono diventato più vecchio e ho meno voglia.

Il tripudio di Golf GTI, che non ritroveresti, prosegue nella nuova ultima moda, che nemmeno so quale sia.

Tanti, oggi come allora, continuano a pensarti «anni ’80», perché ai tempi dei Duran Duran e del Live Aid, con quel che avevi combinato sul finire della tua brevissima carriera (Campione del Mondo Endurance 1980 e 1981) e ancora dopo essere uscita di produzione (Campione del Mondo Rally 1983) ti si vedeva dappertutto su riviste e manifesti in versione Turbo e SE037, anche se eri già passato.

E tanti parlano di te come una copia delle Ferrari BB presentate però quando i tuoi primi prototipi erano già in strada ormai da un annetto, e messe in strada ben tre anni dopo, facile intuire chi abbia ispirato chi.

Disegnata tutta spigoli ed essenziale nel 1969, mentre i Beatles suonavano sul tetto della Apple Records e le altre erano ancora tutte cromature curve e fronzoli, e messa in strada come prototipo nel 1970, che Rivera nemmeno immaginava avrebbe segnato il gol di Italia Germania 4-3.

D’altra parte così va il Mondo. Il bello però è che sprofondati nel tuo minuscolo abitacolo come va il Mondo non conta. Perché raccontare cos’è guidarti, è – come diceva Frank Zappa – «come ballare di architettura».

Perché, anche se non si sa chi era Frank Zappa, le emozioni si vivono (beninteso: ammesso di saperlo fare). E parlarne o scriverne è comunque un delimitarle con le parole, un circoscriverle, e dunque uno sminuirle.

Perché con quel tuo motore centrale, quella tua trazione posteriore, quella tua impostazione da sportiva di razza, niente elettronica, niente di niente, dal tuo motore (detto bialbero Lampredi, dal nome del suo progettista) eccellente per elasticità, coppia, brillantezza e robustezza (tanto da essere stato intensamente utilizzato nelle competizioni e poi avere equipaggiato l’Alfa 155 Q4 e la Lancia Delta II 2.0 HF Turbo), è facile estrarre, con buona pace dei consumi, tanti cavalli. Tanti, anche in esubero.

Valvole da 44 con stelo da 7 mm, molle rigide, camme, carburatori 48 IDF con collettore Abarth, scarichi, coppia conica accorciata, autobloccante, assetto, freni e Volumex, bastano pochi interventi per trasformarti in una auto da 200 cv. E allora la musica cambia. A maggior ragione se non si sa chi sia Frank Zappa.

Bastano pochi minuti, infatti, se si possiede una certa sensibilità di guida, per riconoscere nel tuo modo (unico) e nel tuo carattere (altrettanto unico), la base di sviluppo della Turbo due volte Campione del Mondo Endurance (nel 1980 e nel 1981) e della SE037 Campione del Mondo Rally (nel 1983). Ma anche tutte le qualità del prototipo Abarth 030 Pininfarina che dotato di un motore tre litri e mezzo V6 da 285 cv, partecipò, ancora allo stadio di progetto, al Giro d’Italia Automobilistico 1974.

L’accelerazione è bruciante e con il passare dei chilometri è perfettamente naturale assumere una guida sempre più decisa, poiché pur aumentando (e di molto) il ritmo diventi solo leggermente sottosterzante in ingresso curva e appena sovrasterzante in uscita. Comportamento che può essere facilmente controllato “giocando” con lo sterzo e l’acceleratore, sempre accompagnati dalla piacevole sensazione di controllo totale che offri anche nelle condizioni più estreme.

Neve, ghiaccio, sterrato, bagnato. Sempre precisa nell’inserimento, sempre neutra nella percorrenza, prontissima nel riallineamento in uscita e facile nelle rapide correzioni dei sovrasterzi di potenza (sempre più inevitabili con il passare dei chilometri), sempre semplicemente impeccabile, anche perché il motore bialbero ha come sua principale caratteristica la regolarità di erogazione, che non dà luogo a buchi o vuoti.

Ultima due ruote motrici a vincere il mondiale Rally, unica a prevalere sulle avversarie a trazione integrale, quando ormai, però, non era già più tempo né di pilotare, né di guidare, ma solo di soddisfare le esigenze di immagine, contenere i consumi e facilitare la guida. Quello che te, no. Non si può chiedere. Ultima, sul limitare di un Mondo che non c’è più.

Cosicché a noi, in questo mondo di palazzoni con le finestre illuminate, di elettronica e tubi metallici, non resta altro che tornare a correre sul brecciolino scivoloso dei tornanti, di notte. Forti e leggeri sul ghiaccio della solitudine, in mezzo a tutte quelle lucine che brillano nell’aria, e che prima o poi, lo sappiamo io e te, riusciremo a raggiungere.

Gray is the Color

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Il Grigio è un colore neutro. Colore della nebbia e della cenere. Colore della veste di Gandalf. Colore della monotonia.

Grigio, risultato dell’unione di Bianco e Nero. Nero, colore della sintesi universale, del mistero e dell’ignoto, dell’assenza e della presenza di ogni cosa. Bianco, invece, colore della Luce. Colore della separazione dal buio del Caos, ma colore che può rivelarsi cangiante, intessuto di più colori, e che può essere decomposto, come la luce bianca, o più semplicemente tinto, dopo, come la pagina bianca coperta di scrittura.

Grigio che però può essere anche il risultato dell’unione del Blu, del Giallo e del Rosso mescolati in pari quantità. Blu, colore dello Spirito; come l’altezza e profondità di quando, superato il turbinio delle passioni, la coscienza può esaminare ogni cosa con chiarezza. E Giallo come il Sole e il suo potere germinativo. E Rosso, infine, come il sangue e il fuoco. E i tre insieme Grigio. Colore distaccato, introverso e disinteressato, che assorbe la luce in modo uniforme, ne riduce il riverberìo, il rumore, e permette di ottenere una ottima visibilità.

In ognuno di noi c’è qualcosa che non sarà mai compreso. Qualcosa che è l’origine della solitudine. Solitudine, che spegne le finte luci e fa ascoltare l’Anima.

Il giovane motociclista sceglie una destinazione. Quello di lunga data, invece, sceglie solo la direzione. Perché con il Tempo ha imparato che ovunque egli si trovi nessuna terra è sconosciuta. Che la solitudine è impossibilità di dare valore a ciò che altri ritengono, o giudicano, impossibile, inammissibile, e che l’amicizia fiorisce solo quando ciascuno è memore della propria individualità.

Grigio dunque, con un segno arancione. Colore del plenilunio, dell’energia che si allontana un passo dalla fonte per essere meglio contenuta.Perché nessuno è più sensibile e sincero nelle relazioni che il Solitario. Grigio, solo, eppure mai solo.

GT Junior

 

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È una sera di ottobre come tante, con le luci dei lampioni a illuminare giornate sempre più corte e lo scalpiccìo dei marciapiedi che luccica di pioggia scesa per tutta la giornata. Affretto il passo, e finalmente scendo in garage.

La chiave è già nel quadro, che si accende di lucine verdi, rosse e blu dietro al volante in mogano e alluminio. Ascolto il ticchettìo della pompa della benzina. Sette secondi di attesa, poi la scintilla e il rumore cupo, insieme al gorgoglio dei quattro carburatori che respirano forte dai tromboncini di aspirazione.

Poco dopo, un’ombra rossa attraversa filando la Brianza, su per la Valassina, veloce verso il Ghisallo, e poi chissà. Chiuso nella fiammante livrea color Rosso Alfa 541, il bialbero spinge forte lungo i rettilinei di quella landa brumosa e severa che allo sguardo, nel suo succedersi di stese pianeggianti, nulla di sé mai rivela.

C’è chi racconta che a viaggiare di notte veloce, molto veloce, il paesaggio fugge e non si impara, non si valorizza; addirittura che si viaggia veloce per evitare di vederlo e conoscerlo, credendo egli che la velocità inibisca il percorso e la meditazione. Il che accade, però, quando solo si pensa di andare veloce e in realtà si va piano, troppo piano.

Perché di giorno e di notte l’occhio scorre sempre deluso dal paesaggio, fin quando, seduti a venti centimetri da terra, non ci si fa tutt’uno con il volante, la trasmissione, l’albero motore e le gomme sottili, pronti a cogliere persino le più minute increspature dell’asfalto.

Avvolti dal frastuono del motore, dall’odore di benzina e dalla ferraglia surriscaldata, la tensione nell’agguantare il lineamento più profondo acuisce il senso dell’osservazione. E lo sguardo, tenuto lì fisso, quasi forzato, non è più l’unico dei sensi.

Sicché, sotto quella veste di uggia inizia a scorgere le forme essenziali della Terra che attraversa. Ciascuna più minutamente spiccata, ciascuna più organicamente fusa insieme all’altra.

Al punto che la terra d’uggia si rivela per quella terra di pensiero e grazia che in effetti è. Terra che non si accontenta, e pretende d’essere compresa con tutti i sensi. Proprio come questa scultura di ferro che la percorre. Modellata con il cuore, la cura e la sapienza di chi ha un’anima e sa infonderla in lamiera battuta, gomma e leghe di ogni genere.

Muso spiovente, coda affusolata, avantreno roccioso da usare come fulcro, è nata nel 1966 la Giulia Gt Junior 1300. Siamo coevi, insomma. E in effetti ha iniziato a incantarmi fin da bambino, di un entusiasmo tale che un pomeriggio di fine anni ’60, mentre da un filobus di Milano indicavo a mia madre di quale colore volevo l’acquistasse, un gruppo di operai saliti alla fermata di viale Renato Serra (quella vicina al Portello e alla strada che porta ad Arese), intervenne orgoglioso: «Sai, quella macchina la costruiamo noi».

Non ricordo molto di quello che mi raccontarono. Come tutte le Alfa Romeo di allora, non va molto d’accordo con i limiti di velocità. Riempie la pianura del suo rumore cupo, senza filtri né delicatezza.

È l’imprendibile auto in fuga dei poliziotteschi degli anni 70. Ha un peso irrisorio, il ponte 8.41 da corsa esalta la geometria delle sospensioni, e con poche modifiche il motore eroga dai più bassi regimi fino agli oltre 7 mila giri (non si sa quanti di preciso, dato oltre un certo limite la lancetta del contagiri prende vita propria), una potenza quasi oltraggiosa.

Nei lunghi curvoni che sfociano in un altro rettilineo e poi in un curvone ancora, corre fino al limite del suo passo corto, sensibile al tiro rilascio. In versione GTA ha vinto il primo campionato Trans-Am e ben sei Campionati europei turismo di fila.

Agogna paraboliche e sportellate di un tempo. Agogna brusche accelerazioni e ancor più brutali staccate con scalate fuorigiri. Agogna della Brianza nella sua più tenera e pura dolcezza di solitudini ondulate, di pineti, boschi e pianori e salite. Muso dritto nel punto di corda a fare da perno e ruota interna sollevata, curva dopo curva, tornante dopo tornante, fino a raggiungere la volta stellata di quel cielo d’altura incastonato tra le cime rocciose, lontano dai travagli degli uomini e delle passioni.

Ma per il momento, lungo quei rettilinei di Brianza sotto un vecchio cielo carico di pioggia, il cono di luce dei fari che s’intravvede dal semicerchio del vetro spazzolato dal tergicristallo illumina solo un breve tratto di striscia bianca dritta come un fuso sull’asfalto e di sfondo l’indistinto di colori né vivi né spiccati, poggiati sull’oscurità striata o opaca, punteggiata di bagliori gialli e rossi, deformati dal vortice di gocce.

È infatti dopo Giussano che la strada si stringe in un varco per quella gentilissima natura che sale dolcemente verso il Nord selvaggio e l’asfalto prende a illuminarsi di una luna che riottosa si affaccia tra le nuvole striate dal vento fino ad abbagliare le cuspidi turrite del Resegone e della Grigna, che però tornano subito a nascondersi nel buio.

Da Erba in poi si inizia a fare sul serio. Ancor più se per il Segrino si sale da Carella. Per quella strada dove sembra che i giorni non siano mai passati e i ricordi non hanno ombre, sono vivi e sorridono al tempo. Da lì poi al Ghisallo, che certe sere dal parapetto sembra addirittura di poter toccare le pieghe di ferro della Grigna e della Grignetta un po’ più in là.

Al parapetto che dista poche decine di metri dal Santuario caro ai ciclisti e poche centinaia di metri dalla casa dell’Ingegner Romeo il cielo si agita ancora di nubi che si dipanano tempestose. Tra loro una si stacca bianca e rosa sullo sfondo grigiastro sopra la massa imponente delle montagne indifferenti, come quella dipinta da Segantini nel suo Trittico.

Abitava a pochi chilometri da qui Segantini. Prima a Pusiano, poi a Carella, poi a Corneno e infine a Caglio. Faceva il pittore, era apolide, nel senso che non aveva passaporto e dunque non poteva viaggiare, diceva che «L’arte è amore rivestito di bellezza» e aveva un nipote, Ettore Bugatti, che si mise a fare automobili. E ancora oggi c’è gente pronta a fare carte false pur di mettersi in casa un quadro di Segantini, quando però basta venire da queste parti per averne ogni volta uno dal vero.

Alla stanga, ad esempio, che è alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, tra Caglio e Sormano l’ha dipinto nei prati vicini alla chiesetta di Santa Valeria, che se uno sa dov’è ritrova il posto più o meno uguale, a parte la vista dell’intera catena montuosa che fa da sfondo, e che nel modo in cui Segantini l’ha dipinta non si vede da nessun punto di Caglio né di Sormano, ma bisogna andare un po’ più su per vederla.

Così, dopo un ultimo sguardo a Mandello e alla Guzzi di Omobono Tenni, la decisione è presa. Via veloce verso Sormano, e poi su fino alla Colma e poi, un tornante dopo l’altro, una curva dopo l’altra, giù verso Nesso e da lì a Bellagio, fino a Punta Spartivento, dove le montagne fanno da cornice al silenzio assoluto di quell’angolo nel quale i turisti e le loro guide (sic!) raccontano che i due rami del lago si uniscono (?!) e addirittura le rispettive correnti si fondono (?!!). Sebbene l’acqua, in realtà, scorra in direzione esattamente opposta a quella che il loro sguardo vorrebbe. E dunque in quell’angolo, in realtà, i rami del lago si dividano. Inesorabilmente. E per l’acqua, come per la roccia, vale il monito di Tiresia: non si incontra a parole.

Custom or Fashion

Custom

Custom, all’apparenza, è solo una parola. Ma quando ha due ruote, «custom» dice e spiega molto più di qualsiasi paludato e pomposo trattato di moda, sociologia e motociclismo (ovviamente).

Altro che stile “minimal”, come si dice adesso. Negli anni Cinquanta e Sessanta «custom» è anzitutto «bobber». Moto che fin dagli anni Trenta, in ossequio al motto «quel che non c’è non si rompe», vengono spogliate di tutto ciò che non è indispensabile.

E moto con le quali al di là dell’Oceano, si viaggia, certo. Ma anche si corre. E per soldi. Lontano dai riflettori, però. Senza sponsor, incassi o diritti televisivi. Perché le corse sono prevalentemente clandestine. E il parafango posteriore è “bobbed” (cioè accorciato), per evitare che il fango vada ad accumularsi tra parafango e pneumatico, allora a spalle alta, frenando (o addirittura bloccando) la ruota.

Ma anche al di qua dell’Oceano in quegli anni si corre. Per soldi e lontano dai riflettori. Le Café Racer ad esempio sono le moto con le quali i Rocker si sfidano nelle gare clandestine da bar a bar. Moto spogliate di tutto quanto non è strettamente necessario perché «quel che non c’è non si rompe» e in questo caso nemmeno appesantisce. Moto elaborate con pezzi più performanti spesso autocostruiti, perché allora di cataloghi ricambi e “special part” non ce ne sono.

Sono gli anni in cui, al di qua dell’Oceano le sale da bowling e i caffè vietano l’accesso ai motociclisti. Le cose non vanno diversamente nemmeno al di là dell’Oceano, a dire il vero. Ma a Hackney Wick, a Eton, un sobborgo orientale di Londra, il trentenne reverendo William Shergold è stato nominato vicario della chiesa di St. Mary, nella quale il reverendo John Oates ha creato un gruppo giovanile battezzato “59 club”, alla cui inaugurazione, grazie al fatto che la Eton Mission è finanziata dalla prestigiosa scuola di Eton, hanno partecipato Cliff Richards, all’epoca star britannica numero uno, Elizabeth Taylor, la principessa Margaret, Lord Snowdon e il Vescovo di Bath e Wells.

Il reverendo Shergold però è un appassionato motociclista e vuole rivolgersi ai giovani scontenti e incazzati come i Rocker, ormai considerati una minaccia dall’opinione pubblica britannica. Così, un giorno del 1962 il reverendo Shergold indossa la sua giacca di pelle nera e una sciarpa, per nascondere il collare da prete, e inforcata la sua Triumph va all’Ace Cafè sulla Circolare Nord. Si fa coraggio, entra nel locale, distribuisce inviti per passare il sabato sera alla Eton Mission e così nasce la sezione motociclistica del “59”.

Al di là dell’Atlantico, però, «custom» è anche Chopper. Moto pensate per le lunghissime distanze delle inesorabilmente diritte strade statunitensi, che non ci trovi una curva nemmeno a sbagliarti. E Moto per le quali, tra le cose che si possono rompere e non sono considerate indispensabili, ci sono anche gli ammortizzatori. Che se togli quelli posteriori e affidi invece il loro compito a una generosa e assai maggiorata gomma posteriore meglio se un po’ sgonfia e metti una forcella smisuratamente lunga, per come sono quelle strade viaggi comodo lo stesso. Basta tagliare (dal verbo inglese to chop, “tagliare”), trasformare il telaio in un telaio rigido dalla geometria opportuna mettendo un manubrio esageratamente alto, che avvantaggia il riposo delle braccia nelle lunghe percorrenze, e hai un problema in meno, che tanto su quelle strade di curve non ce n’è.

Fino agli anni Settanta, però, sia al di qua, sia al di là dell’Atlantico, le moto, di fatto, sono tutte più o meno quelle che oggi vengono chiamate “Rat Bike”. Anche se all’Epoca, ovviamente, nessun motociclista lo sa. L’espressione, giunta in Europa poco prima dell’inizio del nuovo millennio, si dice provenga dalle moto dei contadini americani, i quali, spesso a corto di soldi, sistemavano i propri mezzi con ricambi usati e riparazioni self-made. Proprio come, fino agli anni Settanta, usavano fare più o meno tutti i motociclisti del Mondo in tutti gli angoli del Mondo.

Già, perché diciamocelo francamente: fino all’arrivo dei giapponesi, negli anni Settanta, appunto, complici i materiali disponibili (scadenti) e la tecnologia piuttosto arretrata, le moto non erano mica come quelle di oggi.

Fino agli anni settanta era perfettamente normale, ad esempio, avere motori con l’albero motore che a sinistra poggiava su un cuscinetto e a destra su di una bronzina, generando dunque scompensi, anomalie e incredibili vibrazioni. Grippaggi, trasudamenti di olio, di benzina, sfondamenti dei carter con fuoriuscita di veri e propri laghi di olio, erano insomma all’ordine del giorno per qualsiasi motociclista. Il cartello “Olio in pista” era il più esposto nei Gran Prix ufficiali. I cambi erano così precisi che la folle si trovava più o meno tra tutte le marce (secondo ubbie e temperature dell’ingranaggio, ovviamente). E gli impianti elettrici erano misterici, dotati di volontà propria, che un giorno non c’era verso di fare dare loro la scintilla, altre volte bruciavano le candele e magari più candele in un pomeriggio, ecc.

Altro che “stile” e corbellerie varie, insomma. Fino agli anni Settanta, ossia fino all’arrivo dei giapponesi, in qualsiasi parte del Mondo lo scopo di ogni motociclista era mantenere la moto funzionante per la massima quantità di tempo, con la minor spesa possibile.

Da qui, l’eterno lavorìo, costante e continuo, nel quale tutti riciclavano pezzi, aggiungevano o sostituivano parti meccaniche prendendole da altre moto o proprio da altri mezzi, in un continuo “rifare in meglio” che oggi si dice delle “Rat Bike” e che allora, il più delle volte, malgrado le speranze, costringeva a ricominciare daccapo.

Altro che “Forma e Funzione”, insomma. Era Funzione e poi semmai Forma, che semmai quando funzionava era comunque per poco e della forma non ci badavi, fin quando, appunto, negli anni Settanta irrompono sulla scena le moto giapponesi, che di problemi ne avevano (e ne davano) anche loro, per carità. Qualcuna non frenava, qualcuna aveva telai improponibili. Ma che elevarono gli standard a un punto tale che, complici anche i nuovi materiali e le nuove tecnologie, tutti i costruttori furono costretti a migliorare, pena l’esclusione dal mercato.

Le prime a scomparire furono le moto inglesi, i cui progetti invero erano i più datati. Poi fu il turno della pattuglia di costruttori italiani, via via sempre più assottigliata. Resisteva BWW e Harley-Davidson venne ripresa dal tracollo da Willie G. Davidson, che le diede nientemeno che un nuovo motore (EVO 1340), e l’avviò a tutta un altra storia. Fin che, infine, a scomparire fu la moto, sostituita dallo scooterone, oggi talvolta rimpiazzato da moto custom, delle quali si dice “sono uno stile”, un modo di vivere, un vero e proprio approccio originale “in kit” (ne sono disponibili parecchi sul mercato), per sfuggire la monotonia di modelli tutti uguali fino all’uscita del nuovo modello.

Il Pop Rionale

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Il Pop Rionale, malgrado ogni sua migliore intenzione, congiunge (e coniuga) la preghiera sui posticipi ai ceti medi riflessivi amanti del tacco basso e della zuppa di farro surgelata e le elités di St. Tropez (o di Gstaad durante l’inverno), il tutto ovviamente passando da Courmayeur.

Servile e persecutorio insieme il Pop Rionale squadra, e non osserva. E in nessun caso prevede salvezza per chi rifiuta ogni genere di rappresentazione sociale. Ma non è una novità. Da che mondo è mondo, infatti, «l’abito fa il monaco». Solo che oggi l’abito non fa più soltanto il monaco. O meglio: non è più solo l’abito a fare il monaco.

«Outfit è lifestyle» infatti, oggi. Outfit, affollato di oggetti e complementi al punto da inglobare tutto. Outfit è Moda. La stessa da Parigi a Pechino. Di citazione in citazione, che tanto tutto si è (già) visto. E i tempi cambiano, sempre più rapidamente.

Quando l’abito faceva solo il monaco il Pop Rionale era affollato di portinaie che inseguivano i monelli con la scopa e di volti: volti da film noir, da cassiere forse destinate a diventare star, da impiegati e da professori prossimi alla pensione.

Volti rispetto ai quali formula equanime era la “curiosità”, che ogni volta che salivi su un tram era come andare al Cinema. Fin quando, di corsa in corsa, l’abito è diventato Outfit, affollato di oggetti e complementi del presente a scapito dei volti.

E come per molte altre passioni, il mettere le mani sulla moto per aggiustare, rifare e personalizzare, che era un semplice prendere pezzi qua e là per continuare ad andare in giro anche senza soldi, è diventato «customizzare», che i protagonisti del settore dicono essere il gioco dei bambini cresciuti per spezzare la monotonia di modelli tutti uguali, fino all’uscita del prossimo modello.

Viaggiare è divenuto affare da enogastronauti, magari di Spa in Spa e meglio se ayurvedica. Il cibo è diventato design. E la “curiosità” è diventata verificare se ciò che viene mostrato corrisponde o no alla rappresentazione sociale dominante.

È il destino delle avanguardie, si dice, essere prima o poi riassorbite nel mainstream. Così come nel mainstream si è (fortunatamente) dissolta anche l’illusione del “potere taumaturgico” della conoscenza, utile a surclassare (e seppellire) le grandi teologie del passato.

In effetti, quando la scuola del sospetto e dello scetticismo terminò di affrancare dalle teologie venne il momento di sospettare anche di quegli stessi moniti. E perché mai, infatti, il conoscere avrebbe dovuto di per se stesso incidere sui fatti? Tanto più che conoscere è meno capace di mutare l’ordine delle cose della virtù propria.

Un mondo di Outfit senza onere del volto sembra poi concretizzare la vetusta (e funesta) premonizione di una umanità «intrattenuta lontano dall’intuizione intellettuale e dalla spontaneità sentimentale, privata dello spirito la sua anima, non libera. Chiede una guida, ma riceve soltanto comandi interessati e inganni». Ma solo sembra.

Perché nessuno oggi è così sprovveduto o inconsapevole come i presagi del passato volevano fare sembrare. Nel mondo dell’Outfit e del sempiterno Pop Rionale infatti ciascuno clicca ciò che gli piace e prende ciò che vuole, perfettamente consapevole di farlo.

Ognuno, almeno in teoria e secondo i suoi propri limiti, libero dai limiti locali e nazionali, famigliari e religiosi, economici e proprietari. Che si sa: dai tuoi limiti personali nessuno può liberarti, nemmeno la conoscenza, se non te stesso.

Tuttavia – anche se può sorprendere – liberare l’individuo dai limiti locali e nazionali, famigliari e religiosi, ecc. era esattamente l’obiettivo che Marx aveva assegnato al comunismo. Inoltre, a ben vedere, nel mondo dell’Outfit senza onere del volto, nel quale la conoscenza (demistificata per il mero giochetto intellettualistico che è) è archiviata, e la curiosità è verificare se ciò che è mostrato corrisponde o no alla rappresentazione sociale dominante, il Pop Rionale, che squadra e non osserva e non prevede salvezza per chi rifiuta ogni genere di rappresentazione sociale, con la sua domanda «chi è chi?», ossia chi è conforme e chi no, concretizza il proposito cekista per il quale ognuno è ad un tempo controllore e gestore della conformità sociale.

In modo che (piaccia o no, e non piacerà, lo so) a livello planetario l’utopia comunista si è realizzata, sì. Ma sul piano individuale, a differenza di quanto aveva ipotizzato il suo inventore. Dunque il marxismo separato dal comunismo – ossia l’utopia scissa dalla sua profezia – ha vinto. E come avevano intuito i cekisti (cioè i membri della famigerata Commissione straordinaria, la polizia politica sovietica creata da Lenin e Dzeržinskij), ha nel Pop Rionale il suo migliore, più rigoroso ed efficiente, custode.

«Chi è chi?» (e di nuovo non piacerà, lo so) è infatti esattamente la formula con la quale Erich Mielke sintetizzava (e spiegava) le attività della Stasi, organizzazione di sicurezza per la tutela dello Stato della Repubblica Democratica Tedesca della quale era tra i fondatori e che fino all’ultimo diresse con grande successo.

Chiuso e incolto stalinista di vecchia scuola, Mielke era un autentico figlio del popolo, cresciuto nei quartieri, si direbbe oggi. E da profondo conoscitore del Pop Rionale dedicava particolare attenzione a sentimenti e passioni come la fiducia, i legami sentimentali e le dinamiche di gruppo.

Mielke, efficiente, occhiuto e impenetrabile organizzatore di conformità sociale capace di coinvolgere un’intera popolazione nel sospetto reciproco, dava come scopo dell’organizzazione scoprire cosa fare per distruggere i sentimenti sui quali poi si sarebbero fondati la fiducia, i legami sentimentale e le dinamiche di gruppo. Il tutto, ovviamente, senza che le vittime avessero consapevolezza di essere manipolate.

E la semplicissima formula «chi è chi?» (cioè chi è conforme e chi no, chi è titubante o incerto, ovvero chi è nemico e chi è amico?) trasferita al quotidiano Pop Rionale rese ciascuno ad un tempo controllore e gestore della conformità sociale. In modo che qualsiasi titubanza o incertezza, immediatamente individuata, isolata, emarginata è quindi identificata e repressa. Tutti però così concentrati a osservare e ad ascoltare la vita degli altri da rendere via via sempre più inconsistente il proprio racconto, fino a scomparire.

Nessuno ti chiede mai il perché.

From Dusk till Dawn

Che poi ti accorgi dovresti rispondere: «Nessuno ti chiede mai il perché», perché altrimenti potrebbe scoprire (di sé) cose che non gli piacciono, che ognuno sa riconoscere negli altri solo quello che lui stesso è, o ha.

E che «nessuno ti chiede mai il perché», perché per ognuno di noi è più facile costruirsi ciascuno le proprie verità a partire dalla propria capacità di intelligere. Di leggere “dentro” o “tra le righe”. Che quello che conta è quel che serve di vedere, mica quello che è. E che se non c’è, tanto uno se lo inventa lo stesso. Dice: «Credo di vedere».

E che «nessuno ti chiede mai il perché», perché in fondo per la maggior parte delle persone, gli altri sono solo funzionali all’idea che ciascuno ha di sé, e non importa di leggere effettivamente “dentro” o “tra le righe”, che si fa pure fatica.

Ma sono tutte mezze verità, e dunque mezze bugie.

Si dice che oggi avviene perché «l’educazione sentimentale si fa on line», dove uno clicca ciò che gli piace, senza preoccuparsi dei gusti dell’altro.

Ho letto da qualche parte: «Clicchiamo e prendiamo ciò che vogliamo, ignorando chi c’è all’altro capo della transazione», anche se «una transazione» non è «una relazione», mi veniva da rispondere. Però non si poteva. Perché era scritto.

E si dice che è a causa della tecnologia, oggi, che non ci sentiamo più responsabili delle nostre azioni.

Ma già Stepàn Trofimovic Verchovenshij, ne I Demoni, sul punto di rendere la sua terribile confessione, osserva: «Strano che io mi senta colpevole di fronte a loro, eppure di fronte a loro non sono colpevole in nulla».

Già, ma chi se ne frega de i Demoni, che è roba vecchia, e che la gente ha bisogno oggi. Di capire, di comprendere, oggi. Di comunicare, di ritrovarsi, di essere, di orientarsi e di rappresentarsi, oggi.

«Ma se è tutto qui il male! Nelle parole! – diceva già Pirandello, per bocca del Padre in Sei personaggi in cerca d’autore – Abbiamo tutti dentro un mondo di cose; ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo come egli l’ha dentro? Crediamo di intenderci; non ci intendiamo mai».

«In principio fu il Verbo», insomma. Ma chi se ne frega del Verbo, quando semmai è un problema di Parole.

Parole che possono essere un autentico «mettere in comune» esperienze, sentimenti, idee, o che possono essere mistificanti e utilizzarsi da loro stesse come strumento per asservire l’altro al proprio interesse, e lo sappiamo tutti.

Da che mondo è mondo, infatti, ci si arrabatta per distinguere tra il cosiddetto «vero dialogo», autentico, fatto di conversazione meditata, chiarificatrice, riflessiva, e il «falso dialogo», nel quale i dialoganti fingono di attraversarsi liberamente e generosamente, allo scopo di imporre ciascuno le proprie posizioni, il proprio privilegio, le prevaricazioni e il ruolo, e – in una sola parola – di fare valere (e pesare) la propria influenza, il proprio potere.

«Potere?!». Ma che c’entra il Potere, che nessuno fa mai caso che per definizione il Potere non accetta di conoscere la Realtà (e dunque l’altro). Che per definizione il Potere è disinteressato alla Realtà (e dunque all’altro), poiché ha invece come scopo di costruire la Realtà da conoscere. (NB Il che, a proposito di conoscenza fa una certa differenza. E non solo).

Il Potere, infatti, a differenza di quanto credono in tanti, non agisce mosso dalla percezione della Realtà, ma agisce guidato da «fantasmi», immagini creative che nelle sue intenzioni devono prendere il posto di quella realtà (anche rappresentata dall’altro), rispetto alla quale, per definizione, il Potere rifiuta qualsiasi sudditanza.

Per questo «nessuno ti chiede mai il perché». Per questo chi cerca parole autentiche, chi ha bisogno di parole autentiche, si imbatte invece, e assai spesso, nella parola volgare che come l’ermetismo volgare tratta la magia, l’astrologia, l’alchimia e l’occultismo in generale, tratta per trarne vantaggi concreti.

L’astrologia permette di conoscere il futuro. L’alchimia produce oro per arricchirsi. La magia domina le forze della natura per acquistare potere su di esse e sugli uomini. Nella stessa continua (e ossessiva) competizione con la realtà, e con la stessa pretesa di assoluto, che fece scrivere al matematico Richard Dedekind: «Noi siamo razza divina e possediamo il potere di creare». Anche se poi finì smentito da un altro matematico (Gödel), nel 1931.

E come Dedekind I Demoni, dice Dostoevskij, condividono tutti un unico desiderio: godere dell’infinità libertà, dell’assenza di limite, dell’onnipotenza, al di là dei diversi rispettivi modi in cui agiscono e si materializzano. Sebbene, come creature finite, non potendo creare, possono solo distruggere.

Ma fa di più Dostoevskij con i suoi Demoni. Certo, mostra il «male» come deformazione del Potere che, proprio perché oltrepassa ogni limite, non può essere altro che pura energia di sopraffazione e di dominio (e dunque non è Potere ma egotismo). E attraverso Stepàn Trofimovic Verchovenshij, padre di Pëtr Stepanovic, mostra anche come il «male» entra nel mondo. Perché il male viene sempre prima dell’atto del male. E la ragnatela, con tutte le sue trame, ha pur sempre bisogno di un ragno che la produca.

Sentimentale, candido e ingenuo, Stepàn Trofimovic è un intellettuale d’antan. Uno scrittore della vecchia generazione che da tempo non scrive più un rigo poiché a suo dire perseguitato. «Il più innocente di tutti i fanciulli cinquantenni», relegato nella piccola e provinciale cittadina di Skvoresniki, con la sua sconfinata ammirazione per la cultura occidentale così dinamica e moderna. Si professa ateo e liberale Stepàn Trofimovic. Si crede un rivoluzionario. Non ha una sua propria unica verità, ma tante opinioni che mutano, e si esauriscono, con l’andare del tempo. Giustifica la sua inattività con la maschera del perseguitato. Maschera che ama «fino alla passione» e che pure copre il vuoto della sua vita. Ed è tale la sua abitudine a questa piccola, ingenua menzogna, che egli stesso, con il tempo, ha finito per crederle.

Dostoevskij con Kirillov ci mostra che il male assoluto non è un’idea. Non è l’«indifferenza assoluta», la perdita di ogni distinzione che fa trasformare l’uomo in Dio stesso, né la sua applicazione rappresentata da Pëtr Verchovenskij. Il male assoluto è Stavrogin, con il suo «sdegnoso sorriso mondano». Stavrogin la cui essenza è il vuoto, all’opera nella provinciale Skvoresniki, emblema dell’ipocrisia spicciola e dell’ignoranza di una scomunità, andata a male per mancanza di coltivazione.

Ma Diabolos, dal greco diaballo, che significa sia “disunire”, “mettere male tra due”, sia “calunniare”, “accusare”, è chi getta inimicizia tra gli uomini servendosi della calunnia. E come il diabolos descritto da Gesù nel Vangelo di Giovanni, spirito di menzogna e di discordia all’origine di tutti i mali, Stepàn Trofìmocic, con la sua menzogna, è la radice malata. Il padre di tutti i Demoni. L’arcidiavolo dal quale discende la menzogna che si farà omicida nei demoni.

E così come Kierkegaard si domanda «Non sai che giungerà l’ora della mezzanotte in cui ognuno dovrà smascherarsi? Credi che si possa sempre scherzare con la vita?», l’ora della mezzanotte per Stepàn Trofimovic giunge quando, sul punto di rendere la sua terribile confessione, osserva: «È strano che io mi senta colpevole di fronte a loro, eppure di fronte a loro non sono colpevole in nulla».

Già, perché qui il nocciolo della questione: Stepàn Trovimovic ama «fino alla passione» la maschera del perseguitato alla quale egli stesso ha finito per credere «tanto che senza di essa mi pare che non potesse nemmeno vivere». Si proclama pronto a immolarsi per «la bandiera della grande idea», cioè per il suo idealismo falso e lacrimevole. Ma è stranito dal sentirsi «colpevole» perché non si ritene «colpevole in nulla».

Perché Stepàn Trovimovic ama e si proclama pronto a immolarsi, perché sentirsi innamorati accresce i sensi e la mente, mitiga i difetti, compensa i vuoti, accende di passione, trasporta, emoziona. In una parola, permette di stare bene. Perché per lui, proprio come per molti altri, amore non è altro che la più bella e grande forma di egoismo. Sicché, alla radice della menzogna e di tutto il male c’è (solo) la sua incapacità d’amare.

«Il più innocente di tutti i fanciulli cinquantenni», come i Demoni, come l’ermetismo volgare e come tanti altri, non si interessa del perché delle cose, delle loro cause. Non ti chiede (e non ti chiederebbe) mai il perché. Per lui, come per tanti altri, ciò che esiste non esiste. O meglio, serve solo per trarne un vantaggio. Per “stare bene”.

Mentre la Parola, per sua natura, cerca sempre un contatto vitale con le «lingue naturali» garanti di identità. E il dialogo «autentico» prevede un rovesciamento dei propri profondi convincimenti. Ossia una disponibilità all’altro e alle sue tesi, che pure ammette la conferma determinata e forte – e sincera – dei propri convincimenti, quando opposti e radicati, comunque moralmente preferibile al dialogo fraudolento la sincera opposizione, testimone dell’integrità dei soggetti. In una sola parola autentica.

«Parola», Verbum o Logos, però, che non è soltanto «Nome» che descrive o chiama. La «Parola» è davvero «parabola», cioè racconto, paragone, relazione quando non definisce, ma allude. Presa di coscienza dell’irraggiungibile compiutezza del conoscere, del linguaggio non come soluzione, ma come tentativo per stabilire un costruttivo rapporto con la Realtà, con le Persone e le Cose.

La «Parola» infatti è essenzialmente il «dire». L’indicare, il mostrare con il «dito» la fonte della luce. Il «Verbo-dito» è il «Segno» della creazione e della relazione, come nel gesto divino dipinto da Michelangelo nella Cappella Sistina.

E in questo modo la Parola salva dalla «Crisi». Perché alla radice di «Crisi» incontriamo keir, cioè la mano dei greci antichi o l’ebraico qeren che significa mano. Quindi l’identico principio della «mano intelligente» che indica la luce come gesto, non soltanto di conoscenza, ma di salvezza.

E «Crisi», che non significa sciagura, disastro, sconfitta. Ma, al contrario, giudizio, scelta, valutazione, prova, esame: momento sofferto, ma costruttivo, per andare avanti lungo la interminabile linea del Tempo, verso la pienezza della Vita, l’Essere e la «Rivoluzione» autentica che può essere opera soltanto in coloro i quali «hanno il cuore» per avanzare lungo la linea indefinita del Tempo, verso un misterioso futuro.

Stavrogin, con il suo «sdegnoso sorriso mondano», si manifesta sotto il segno dell’insolenza totalmente gratuita. E la volgarità è mancanza di cultura, di educazione, di elevatezza d’animo e di nobiltà spirituale.

Per questo è necessario vigilare attentamente affinché la Parola non regredisca da «pensiero» a «rumore». Non regredisca da energia creativa a «esibizione spettacolare». E non giunga, come spesso accade, a offendere il linguaggio, con il rumore gracchiante della «chiacchera» o quello sordo ripetuto della «ciarla».

Necessario vigilare, ma ancor più indispensabile non farsene irretire. Non farsene attrarre e cadere nella rete.

Non esistono, infatti, al di là delle illusioni, Rivoluzioni per «continuità». L’autenticamente «nuovo» è sorpresa per ciò che appare per la prima volta al Mondo. Non dal portare per «contrasto», cioè opponendosi a un nemico reale o immaginato, e costruendo il futuro sulla negazione del presente.

L’autentica Rivoluzione infatti opera sempre e solo per «distacco». Indica lo «staccarsi» dalla fonte materna-matrice, il lanciarsi in avanti. Non il separarsi negativamente, ma il saltare oltre il confine, il «prendere il volo». Non il contrapporsi, ma l’incamminarsi e costruire un Mondo autenticamente nuovo, perché profondamente diverso e realmente sconosciuto; per questo è manifestazione e simbolo della Vita.

La forza e l’estinzione dell’immaginazione

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La saga di Star Wars è senza dubbio i Buddenbrook 2.0, come hanno osservato i più attenti.

Ma proprio come i Buddenbrock riserva più di una amara sorpresa, al di là dell’emozione di recarsi al cinema con i propri figli per vedere un episodio di una saga iniziata quando al cinema si andava accompagnati dai propri genitori.

E amare sorprese purtroppo non legate al fatto che questo settimo episodio è costruito grosso modo a ricalco del primo.

«Hai paura di non diventare mai grande come Darth Vader» dice Rey a Kylo Ren, il nuovo cattivo della saga.

E in effetti più che una battuta di un personaggio pare un lapsus freudiano degli autori.

Nel 1977 il primo episodio di Guerre Stellari mostrò agli spettatori tecnologie fantascientifiche (proiezioni di ologrammi, tablet, schermi piatti, videochiamate fatte attraverso cellulari), che oggi sono realtà.

In questo settimo episodio della saga invece Han Solo è invecchiato (come ovvio), altrettanto invecchiati sono Leyla e Luke Skywalker (come ovvio) e invecchiati sono anche gli spettatori che nel 1977 andarono a vedere il primo episodio accompagnati dai genitori e che ora invece accompagnano i loro figli.

Ma di tecnologie fantascientifiche e futuribili in questo settimo episodio nemmeno l’ombra. Come se il Mondo non avesse più nulla da inventare.

Non è un bel segnale. La seconda trilogia, con la formula del Prequel aveva aggirato la questione. Eppure a ben vedere c’è di peggio.

Nel 1977, infatti, il primo Star Wars giungeva nelle sale cinematografiche mentre il Mondo era diviso in blocchi. Due per la precisione. Da una parte l’Occidente e dall’altra il Blocco Sovietico. Dietro la Cortina di Ferro, come l’aveva battezzata Churchill.

Era l’epoca dei missili termonucleari, degli accordi per il disarmo e dello Scudo Spaziale, al quale – si è poi saputo negli anni Ottanta – l’Occidente lavorava alacremente da un pezzo.

L’Epoca del Muro di Berlino e della cosiddetta “Guerra Fredda”, che tutti sapevamo prevedeva una possibilità, anzi addirittura una probabilità (e piuttosto elevata), di sfociare in conflitto convenzionale.

Dacché l’idea di un satellite come La Morte Nera, dotato di un raggio capace di spazzare via interi pianeti, non solo era plausibile, per come del Raggio della morte si vociferava già dalla Seconda Guerra mondiale.

Ma addirittura, in termini di future tecnologie, era decisamente più verosimile (e prevedibile) di tutte le altre fantascientifiche meraviglie che venivano mostrate in quel primo episodio, e che oggi, appunto, sono di uso quotidiano.

In questi trentasette anni, insomma, il Mondo è cambiato. Le tecnologie fantascientifiche sono diventate realtà e la Guerra continua a rimanere un fenomeno sociale il cui scopo è costringere uno dei contendenti a subire la volontà dell’altro. Un atto che consiste nell’utilizzo della forza, reale o potenziale, o più in generale dei mezzi di coercizione nei rapporti fra gli Stati, per imporre lo scopo politico.

In conseguenza al progresso tecnologico, però, in questi ultimi decenni la Guerra ha cambiato forma, come stiamo sperimentando da un pezzo. Armi e sistemi di combattimento, infatti, hanno acquisito maggiore energia (ossia potenza letale) a fronte di costi di realizzazione e distruzione insostenibili. Che farsene, ad esempio, di un area resa radioattiva per qualche migliaio di anni dal lancio di una o più testate?

Ma non solo: il risultato del progresso tecnologico si è trasformato in una dispersione così accresciuta da potersi smaterializzare e circoscrivere a computer, bit, e alle postazioni dalle quali dirigere droni, satelliti, ecc. proprio come da un ufficio.

Dacché, per effetto delle tecnologie negli ultimi decenni si è giunti al cosiddetto stadio «gassoso» della guerra, che ha definitivamente pensionato la precedente concezione «liquida», che era ancora pienamente valida al tempo della Guerra Fredda (ossia al tempo in cui veniva concepito il primo episodio della saga), nata al termine del primo conflitto ad alto contenuto tecnologico (la Prima Guerra mondiale) e secondo la definizione del suo ideatore, il tedesco Oskar Von Hutier, basata su piccole unità mobili dotate di grande potenza di fuoco e autorizzate a compiere azioni indipendenti, battezzate Sturmtruppen.

Oggi come ieri, insomma, la facoltà di imporre le proprie regole all’avversario (ossia lo scopo del conflitto), si ottiene con la distruzione, che corrisponde alla sottrazione delle risorse (e degli alleati) che forniscono supporto economico al nemico.

La guerra, però, è un fenomeno sociale. E in questi ultimi decenni la tecnologia è mutata, la società è mutata e di conseguenza anche le forme del conflitto sono mutate. Oggi non c’è più bisogno di cingere d’assedio con un esercito una città per ridurla alla fame e alla capitolazione. Così come non c’è più bisogno di marciare su un campo di battaglia per distruggere il nemico. Il tempo delle catapulte e dell’olio bollente è insomma superato, proprio come è superato il tempo dello schieramento dei grandi eserciti nazionali sui campi di battaglia, delle bombe e dei cosiddetti Raggi della morte.

Sicché in questo settimo episodio non solo non vi è traccia di tecnologie fantascientifiche e futuribili, ma peggio viene proposto un modello di conflitto (e di pericolo) che tutti in fondo sappiamo superato. Analogo a quello del primo episodio solo “dieci volte più grande” (come precisa uno dei personaggi nel momento della pianificazione dell’attacco). E dunque modalità e pericolo addirittura inverosimile per come conosciamo il nostro mondo di oggi. Figuriamoci poi nel futuro.

Quali e quante risorse, infatti, sono necessarie al Primo Ordine per realizzare una Morte Nera dieci volte più grande di quella che nel 1977 l’Impero stava realizzando? E sul presupposto di quale sagacia strategica, visto che siffatta enorme mobilitazione di risorse è comunque vulnerabile allo stesso schieramento e alle stesse forze che già in passato avevano annientato analogo strumento dieci volte più piccolo dell’Impero?

Insomma, nel 1977 la prima trilogia della saga ci aveva mostrato un futuro, fantascientifico, oggi d’uso comune. Questo settimo episodio, invece, presumibilmente il primo di una nuova terza trilogia, ci dice non c’è nessuna tecnologia fantascientifica ad attenderci nel futuro, che siamo tutti invecchiati, che alla carenza di idee (qualità) si sopperisce con la quantità, e peggio che le uniche forme di conflitto che sappiamo immaginare (e riconoscere) sono quelle che oggi non esistono più. In modo che, a differenza del 1977, la realtà ha superato l’immaginazione.

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